VINI DELL'ANIMA

Esperienza consapevole di vino e cibo.

martedì

31

gennaio 2017

L’Amarone e le Nozze di Cana

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Anteprima Amarone 2013 - Nozze di Cana

Si è conclusa ieri l’Anteprima Amarone annata 2013, un’edizione a mio avviso particolarmente riuscita. Ampliata nel numero di giornate, tre anziché due, di cui la prima dedicata alla stampa e comunicatori del vino che ha reso più agevoli assaggi e chiacchierate con i produttori. Nessuna conferenza introduttiva dell’annata, i dati sono stati raccolti e messi a disposizione su supporti digitali, ma una maggiore attenzione alla cultura del vino con un’ospite d’eccezione, il critico d’arte Philipe Daverio intervistato dal giornalista Andrea Scanzi.

Non credo siano state stabilite “scalette” o “canovacci” a priori, ché Daverio ha parlato a lungo e a ruota libera dando vita a una eno affabulazione avvincente, serrata e coinvolgente. Ha condensato la storia del vino in Italia e dell’Amarone quale espressione dell’italianità di successo, al pari del cibo, della moda, del design, dell’arte e della cultura! Così l’Amarone è diventato il vino del Caravaggio con la coppa in mano, il vino delle “Nozze di Cana” del Veronese, e alla domanda di Scanzi se l’Amarone fosse un’opera d’arte o un brano musicale il professore ha risposto: “Sarebbe sicuramente Barocco, perché tanto, troppo, ma non ne basta mai!, e la musica sarebbe quella di Giuseppe Verdi.

L’Amarone sebbene sia un’invenzione recente è in realtà il recupero di una coscienza storica esistente, “nulla nasce per caso!” La memoria collettiva di una società è ciò che fonda la cultura della società stessa. L’Amarone insomma non poteva avere origine se non nel contesto sociale culturale e territoriale in cui è nato.

Siamo eredi di uno straordinario patrimonio artistico e culturale, ha continuato Daverio, ma la presa di coscienza di ciò è ancora in gran parte da compiere come il suo utilizzo quale strumento di comunicazione. C’è la necessità di narrare l’arte la cultura unitamente al vino cercando nuovi codici espressivi per comunicarne la bellezza, le sensazioni e i sentimenti che suscita.

Consideriamo per un attimo l’opera, o meglio le opere, di Paolo Calieri, meglio conosciuto come il Veronese uno dei più famosi artisti rinascimentali. Nel suo capolavoro “Le nozze di Cana” egli dipinge su tela l’episodio biblico della trasformazione dell’acqua in vino. Un dipinto di proporzioni notevoli (7 per 10 metri) che doveva riempire la parete di fondo del cenacolo palladiano della Basilica di San Giorgio a Venezia. Un numero elevato di personaggi, cura dei particolari e una vivace e intensa forza del linguaggio, in cui è raffigurato probabilmente il primo sommelier della storia mentre guarda, attento, il colore rubino del vino. Quel sommelier fa già pubblicità ai tre grandi vini veronesi, da quello più leggero sino al passito Amarone. Perché non comunicare tutto questo intercettando un pubblico di appassionati d’arte e di storia del vino italiano?

Fu tale la gloria di questo capolavoro, frutto dell’intesa tra Veronese e Palladio, che la Basilica benedettina di San Giorgio divenne meta ambitissima di numerosi pellegrini. Tale meraviglia non sfuggì all’attenzione di Bonaparte, che se ne impossessò e la fece esporre al Louvre di Parigi, dove ancor oggi si trova. Da un decennio però è possibile ammirare “un secondo originale” delle Nozze di Cana, riprodotto fedelmente grazie a sofisticate tecnologie, e collocato nella sede originaria della Basilica veneziana.

A Verona, invece, è custodita, presso il palazzo Municipale, un’altra opera del Veronese, che più volte ha ripreso il tema delle cene e dei banchetti, ossia la “Cena in casa di Levi”. Opera di straordinaria bellezza questa come moltissime altre. Adottare l’arte e la cultura per promuovere il vino e il suo territorio dovrebbe essere non un impegno occasionale fatto di investimenti spot, bensì un obiettivo da raggiungere con una progettazione seria per uno sviluppo sempre più strutturato del turismo enoculturale!

 

PS. L’immagine di testa riproduce l’opera “Le Nozze di Cana” del Veronese

lunedì

16

gennaio 2017

Dieci appuntamenti per l’Amarone va a teatro!

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Amarone a teatro Adelaide Ristori

Ha preso il via qualche giorno fa la rassegna “L’Amarone va a teatrodieci appuntamenti tra musica e vino. Promotore di questa iniziativa è il teatro Ristori di Verona in sinergia con le famiglie dell’Amarone d’Arte, un’associazione nata sette anni fa con l’obiettivo di seguire fedelmente e tramandare la tradizione produttiva dell’Amarone e degli altri vini della Valpolicella.

Questa commistione tra musica e vino, tra udito e gusto, è cosa antica. (altro…)

mercoledì

14

dicembre 2016

La parola Collio? Ė uno sballio!

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Collio

Tutti conoscono il Collio quale zona di gran fama per i suoi pregiati vini, forse non tutti sanno che il nome “Collio” non esiste in italiano. Consultando un vocabolario (qualsiasi, il risultato non cambia) si trova la parola “colle” che al plurale fa colli (ad esempio Colli Euganei). Esiste, invece, il termine friulano “cuei” (colli). Collio è infatti una trasposizione della parola friulana.

Diversi i documenti a partire dall’anno Mille che provano quanto ora affermato. Ad esempio, in un documento udinese del 1234 si cita la ribolla e si fa distinzione tra quella “de Istria” e quella “de Collibus”. E ancora,  nel 1891 Giuseppe Comelli di Nimis pubblicava il suo “strolic” (almanacco, lunario) e scriveva “Verduz di Ramandul” (Verduzzo di Ramandolo) rabuele (ribolla) dei Quei (colli). Le forme italiane e venete, Collio Coglio Coio, pare abbiano fatto la loro comparsa solo nel XVIII° secolo. Da notare, infine, che gli sloveni chiamano Brda, parola plurale, le belle colline transfrontaliere.

Per un approfondimento si possono leggere i due volumi “La Vite nella storia e nella cultura del Friuli” di Enos Costantini, Claudio Mattaloni, Carlo Petrussi –  Ed. Forum, 2007

mercoledì

16

novembre 2016

Il Canavese la canapa e l’erbaluce

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canavese-erbaluce-sugli-stendini

Quando verso la metà di ottobre siamo arrivati alla Tenuta Roletto, avevamo attraversato la pianura veneta, lombarda e parte di quella piemontese sotto un cielo plumbeo, a tratti immersi in una fitta nebbia, e solo all’arrivo a Torino le nuvole avevano lasciato spazio a un cielo terso. Ma per raggiungere Cuceglio in terra Canavese, sede dell’azienda, bisognava lasciare la pianura alle nostre spalle per salire su verso le Alpi Graie, o meglio verso quella parte di territorio piemontese denominato anfiteatro morenico di Ivrea. Perché il Canavese è di fatto un altopiano abbracciato da colline moreniche (altro…)

martedì

25

ottobre 2016

Ma la pubblicità serve al vino?

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Ma la pubblicità serve al vino?

Un noto slogan recita: “la pubblicità è l’anima del commercio!”, cioè la pubblicità se ben congeniata può migliorare la performance di mercato di un’impresa. Se consideriamo il prodotto vino la pubblicità è funzionale allo scopo?

  • Anzitutto il vino non è un prodotto standard, potremmo dire che è atipico per sua natura (almeno di un intervento volto a ottenere un prodotto con caratteristiche costanti e riconoscibili), mentre la pubblicità descrive o esalta prodotti standard, la migliore qualità dei quali è proprio la fedeltà allo standard medesimo!
  • Il vino pubblicizzato, ad esempio il Tavernello, deve essere fedele a se stesso. Ma si tratta di una fedeltà non naturale, ottenuta industrialmente, cioè alterando il prodotto naturale, o meglio personale. La distribuzione di massa richiede che il livello qualitativo del vino sia mantenuto costante nel tempo. Insomma, il vino deve essere a suo modo una Coca Cola. E come la Coca Cola deve essere prodotto in quantità tale da garantire il flusso continuo nei canali di distribuzione.

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