VINI DELL'ANIMA

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martedì

20

novembre 2012

Picolìt vite capricciosa per un vino aristocratico

Scritto da , nella categoria Vitigni e vini

"Picolìt-grappoli tra allegagione e maturazione"

Lo si pronuncia con l’accento sull’ultima vocale, alle volte assai avaro d’acini, è naturalmente dolce, aristocratico, ricercatissimo: è il Picolìt del Friuli Venezia Giulia. Il nome Picolìt  è diminutivo di pecòl ossia “peduncolo”, non vi è quindi nessun legame con la piccolezza del grappolo o dell’acino. Nella lingua friulana pecòl vuol dire anche “sommità di un poggio”.

Sono circa 200.000 (dato 2008) le bottiglie di Picolìt prodotte ogni anno in un’area compresa tra Udine e Gorizia. Le colline che ospitano le viti di Picolìt si sono formate nel corso di milioni di anni, colline fragili perché formate da marne ricche di calcare (localmente chiamate ponca) facilmente erodibili dagli agenti atmosferici. La fragilità del suolo marnoso ha obbligato i viticoltori a trasformare i versanti delle colline in tante terrazze per poter coltivare le viti. Il termine friulano ronc si riferisce proprio al vigneto di collina organizzato a gradoni.

"Picolìt"

I luoghi del Picolìt

Dopo aver fatto una sosta ad Udine (non si può farne a meno se la meta è il Friuli) raggiungere Savorgnano del Torre è un breve tragitto di 15 chilometri, a nord della cittadina friulana. Da lì può iniziare il vostro percorso nella terra del Picolìt.

Savorgnano del Torre è un piccolo paesino in prossimità delle colline perlopiù vitate, qui il Picolìt è davvero raffinato per quella muffa nobile che si forma negli acini arricchendoli di profumi e preziose sostanze. Scendete poi verso sud-est in direzione Cividale (la Forum Julii fondata dai Romani ) per arrivare a Rocca Bernarda e Rosazzo. Quest’ultime, insieme a Savorgnano del Torre, sono ritenute terre eccellenti per il Picolìt. Se poi vi spostate verso nord-est in direzione Dolegna e poi giù giù verso Ruttars, Oslavia sino a Villanova di Farra la zona è quella del Collio goriziano. In questa terra feconda 8 ettari sono coltivati a Picolìt.

Il Picolìt: tecnica di produzione

Il Picolìt è una varietà capricciosa. I grappoli possono presentarsi con pochissimi acini per una mancata fecondazione. Il fiore del Picolìt ha la parte sessuale femminile funzionante, mentre quella maschile ha un polline privo di pori germinativi. In sostanza l’ovario non viene fecondato e quindi non si ha la formazione dell’acino.

Quando gli acini sono maturi inizia la vendemmia, normalmente verso la fine di settembre. Se il momento della raccolta è protratto l’uva si disidrata per la perdita d’acqua. In questo tempo, se le condizioni atmosferiche lo consentono, l’opera di una muffa benefica (si chiama botritys cinerea) trasforma l’aspetto dell’acino impreziosendo anche i suoi succhi e aromi.

Dopo la raccolta l’uva viene messa nei fruttai (semplici stanze dotate di finestre per favorire l’areazione o locali attrezzati e provvisti di apparecchiature per il controllo dell’umidità) su graticci o in cassette per l’appassimento. Il tempo di questo processo può variare a seconda della filosofia del produttore, da una settimana o poco più sino a Dicembre inoltrato. L’uva viene poi privata del raspo e vinificata in acciaio o in legno, ma vi sono produttori che utilizzano la damigiana da 54 litri. Terminata la fermentazione, il vino matura in piccoli legni di rovere o in acciaio per poi trascorrere un salutare periodo di affinamento in bottiglia.

La storia del Picolìt

La storia del Picolìt è intimamente legata al conte Fabio Asquini, proprietario viticoltore in Fagagna  ameno borgo sulle prime colline a nord ovest di Udine. Fu il conte che nel Settecento fece conoscere il Picolìt sul mercato europeo. Egli intuì che le sue caratteristiche erano tanto preziose quanto quelle del Tokaj ungherese, già conosciuto e apprezzato presso l’alto clero e la classe nobile.

Mercati e marketing

Nel Settecento le tecniche di produzione dovevano ancora essere messe a punto, tant’è che il Picolìt ora era dolce ora era secco. Il Conte si dimostrò abile nel collocare i suoi diversi prodotti a seconda delle preferenze dei clienti: a quelli tedeschi era destinato il Picolìt più dolce, mentre a inglesi e francesi quello amabile. Per dare maggiore visibilità al suo vino lo mise in vendita in bottiglie di vetro verde, provenienti dalla vetreria di Murano “Alla vera amicizia”. Tappate con tappi di sughero, vi pose un’etichetta con la scritta “Picolìt del Friuli”. Se questo oggi appare scontato, allora questa operazione si dimostrò geniale per differenziare il suo vino da quello della concorrenza.

La vendita

La commercializzazione del Picolìt avveniva via mare, da Trieste o da Venezia, ove risiedeva l’amico, nonché agronomo impenditore economista, Antonio Zanon, per raggiungere gli altri porti affacciati sull’Adriatico. Un itinerario alternativo all’acqua era quello montano che da Udine o Fagagna proseguiva verso nord sino a raggiungere Innsbruck e la città di Augusta in Germania, ma anche Varsavia e la Francia.

Fama declino e rinascita

Il 1758 fu l’anno in cui l’Asquini pose in vendita il Picolìt per la prima volta. Acquistò subito fama e ampi consensi, ma la commercializzazione avvenne per un lasso di tempo troppo breve affinché il pregiato nettare potesse radicarsi saldamente tra i consumatori.

Nel frattempo si era rafforzata la tendenza a preferire vini secchi quali compagni di cibi salati e il consumo del Picolìt fu relegato a momenti non quotidiani. Verso la metà dell’Ottocento comparvero le malattie crittogamiche di origine americana che decimarono moltissime varietà europee. Si dovette attendere il Novecento per vedere una sua lentissima rinascita e solo negli ultimi decenni del XX secolo il Picolìt si è imposto nuovamente come vino pregiato.

L’espressione del Picolìt

I Picolìt oggi presenti sul mercato hanno spesso un profilo organolettico diverso. Dal più semplice, anche se non banale, al più complesso e raffinato a quello con ossidazioni troppo spinte che stravolgono l’espressione del Picolìt. Vino che vorremmo dal respiro ampio e profondo, dal gusto dolce non stucchevole, “caldo” non liquoroso, serio e con quella gratificante nota amarognola eredità dell’ultimo atto prima che il vino lasci la nostra bocca.

Per un maggiore approfondimento sul Picolìt potete leggere il mio articolo “L’aristocratico Picolìt. Una vite particolare per un vino unico” pubblicato nella rivista di cultura del territorio Tiere Furlane” n. 7

p.s.: l’immagine dei grappoli di Picolìt in home page è stata tratta dalla rivista Tiere Furlane n. 7. L’autore delle foto originarie è Claudio Mattaloni. La foto del grappolo di Picolìt all’interno dell’articolo è di Enos Costantini

4 Commenti

  1. Caterina
  2. Paola

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