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giovedì

16

gennaio 2014

Le viti dimenticate…un patrimonio riscoperto in Friuli Venezia Giulia

Scritto da , nella categoria Notizie e approfondimenti di Vinidellanima, Vitigni e vini

"Le viti dimenticate"

Le viti dimenticate” è il titolo di un prezioso volume che raccoglie i risultati di un lavoro di ricerca durato 11 anni. Sono state individuate un po’ in tutto il Friuli Venezia Giulia vecchie varietà di cui più nessuno aveva memoria. Viti messe a dimora tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, quando sulla viticoltura si era abbattuta la scure della fillossera e gli innesti erano fatti in “casa”. L’attività dei vivai non era ancora così diffusa e comunque si privilegiavano varietà straniere. La possibilità, quindi, che fossero stati riprodotti vecchi vitigni “nostrani” era elevata, vitigni individuati nei vigneti della regione, nei filari sparsi, negli orti chiusi.

Un lavoro paziente che ha restituito 39 varietà autonome, 16 a bacca bianca e 23 a bacca rossa. Purtroppo i nomi locali dei vitigni individuati non si conoscono, non vi è stato un travaso, anche orale, di memoria storica. A questi sono stati attribuiti perlopiù nomi friulani che richiamano la forma del grappolo o dell’acino, il tipo di vino o il luogo di ritrovamento, esattamente come facevano un tempo i viticoltori. “Gran Rap (grappolo) Neri” rilevato nella zona di Prepotto, Vinoso, Cividino, Negrat o Nigrut, Refosco bianco, solo per citarne alcuni.

Il lavoro si è svolto in questo modo: individuati i siti in cui operare con una attenta e capillare ricerca sul territorio, nel mese di agosto venivano controllati i singoli ceppi per verificare la presenza di materiale genetico apparentemente non noto. Dai ceppi in autunno venivano  raccolti apici vegetativi e inviati al Centro di Ricerca per la Viticoltura di Conegliano Veneto per la caratterizzazione genetica. Per tutti i campioni segnalati come “autonomi”, ovvero non presenti nella banca dati, si ritornava in vigna a raccogliere tralci da riprodurre e mettere a dimora (presso l’azienda ERSA del Friuli Venezia Giulia), quindi sono stati fatti i rilievi ampelografici e le microvinificazioni con successivi assaggi da parte dell’ associazione enologi della regione.

Perché conservare vecchie varietà? La risposta può essere di tipo culturale commerciale e etico-sentimentale.

Se conserviamo e tuteliamo vasellame, suppellettili epigrafi…il Refosco bianco il Cividino il Negrat e tanti altri non sono forse tracce di un passato da ricordare?

Inoltre, se oggi queste varietà non hanno un valore commerciale potranno rivelarsi interessanti in futuro, esattamente come è accaduto per la Ribolla nera che dall’abellire e ombreggiare le case contadine s’è trasformata in un vino rosso di gran successo: lo Schioppettino di Prepotto! E che dire della Ribolla gialla tipicamente utilizzata in uvaggi o bevuta quando non era ancor vino per accompagnare le caldarroste? Oggi è un vino bianco richiesto e che gode di nuova luce grazie alla tipologia spumante!

Se  queste motivazioni alla conservazione delle vecchie varietà non fossero sufficienti aggiungo: come rinunciare a salvaguardare il lavoro di selezione attuato dai viticoltori che lo fecero con l’intento di consegnare un futuro migliore alla propria stirpe?

 

PS: il volume dal titolo “Le Viti dimenticate – Un patrimonio riscoperto in Friuli Venezia Giulia” a cura di Carlo Petrussi Paolo Sivilotti Marco Stocco, con il contributo determinante alla realizzazione dello stesso della dott.ssa Manna Crespan del Centro di Ricerche per la Viticoltura di Conegliano Veneto e Augusto Fabbro. Ed. ERSA, Gorizia,2013. Sicuramente da menzionare l’articolo “Figli della storia” di Enos Costantini pubblicato nel medesimo volume.

2 Commenti

  1. gabriella rossi

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