VINI DELL'ANIMA

Esperienza consapevole di vino e cibo.

sabato

6

dicembre 2014

Chianti Rufina Selvapiana garbata austerità e eleganza aristocratica

Scritto da , nella categoria Le degustazioni

Chianti Rufina Selvapiana

 

La Fivi è un mercato di vignaioli affratellati dal vino che a questo dedicano il proprio sapere, il proprio amore. Non ci metti molto a capire, una volta entrato nei locali della fiera di Piacenza, che ti tocca assaggiar molto e parlare altrettanto. Ma cosa meglio del vino può fugare ogni pensiero?

Poi decidi di partecipare a una delle degustazioni programmate, nel mio caso una verticale di Chianti Rufina Selvapiana introdotta dalla bravissima produttrice Elena Pantaleoni dell’azienda La Stoppa, e non puoi non commuoverti  perché alcuni di quei vini hanno quasi i tuoi stessi lustri , quarant’anni e più di sosta in bottiglia, ma nessun timore del tempo trascorso nessun timore di quello che verrà!

La Rùfina è di tutta l’area del Chianti quella più a nord. Una zona molto piccola prossima agli appennini, a circa 20 chilometri a nord-est di Firenze. Comprende cinque comuni: Pontassieve, Pelago, Londa, Dicomano e Rufina stesso. Poco meno di 1000 ettari di vigneti in collina dove si alleva sangiovese su terra di pietre calcaree, galestro e alberese. Viti che il sole gratifica sino a sera per via della loro esposizone a sud o sud-ovest, ma che non le affatica grazie alla brezza fresca che spira nelle ore notturne estive. Alcune delle aziende di Chianti Rùfina sorgono su colline in cui sono visibili torri che erano luoghi di avvistamento a protezione della città di Firenze. Tra queste c’è Selvapiana, che esiste probabilmente dal XIII° secolo, e si trova a  250 metri di altitudine. Il vigneto intorno alla proprietà gode di una salutare circolazione d’aria che permette all’uva sangiovese di maturare con gradualità arricchendosi di aromi, ma soprattutto di acidità, vera spina dorsale pulsante dei vini Chianti Rufina Selvapiana.

Selvapiana è una proprietà di 240 ettari, di questi circa  55 sono a vigneto, 35 a uliveto e la parte restante sono ettari di bosco. Francesco Giuntini negli anni Cinquanta ereditò dalla famiglia l’intero patrimonio terrirero che sino ad allora era stato gestito a mezzadria. Il vino come l’olio servivano al sostentamento della famiglia padronale e colonica. Non vi era l’obiettivo di una ricerca della qualità, che Giuntini volle invece perseguire sin dall’inizio perché convinto delle potenzialità della Rufina, per nulla seconda alle altre specificazioni geografiche del Chianti, e che il sangiovese affrancandosi dalle uve a bacca bianca, Trebbiano e Malvasia, che il disciplinare di produzione prevedeva per il Chianti Classico, avrebbe trovato una sua autonomia espressiva. Fino alla fine degli anni ’80 Giuntini potè contare per la realizzazione del suo progetto su Franco Masseti, poi dai figli di Franco, Silvia e Federico che ancor oggi conducono l’azienda Selvapiana.

Il racconto dei vini degustati traccia la storia di quest’azienda sino ad oggi. I primi  quattro sono Chianti Rufina Riserva: 1969 1978 1980 1993 mentre l’ultimo è il Chianti Rufina Bucerchiale 2009 ottenuto da uve sangiovese del vigneto omonimo di 12 ettari.

1969 la maggior parte delle uve era vinificata in azienda, ma solo una porzione veniva imbottigliata e conservata. Le fermentazioni erano spontanee senza alcun controllo della temperatura, in vasche di cemento e tini tronco conici. L’invecchiamento di 5/6 anni avveniva in botti di castagno, unica tipologia di legno disponibile in zona in quegli anni. Il Chianti Rufina 1969 ha un colore aranciato trasparente. Naso di polvere di cacao, graffite, straccio bagnato e una nota verde che il Chianti esprime nei territori più alti, poi una sfumatura di ciliegia che dona un po’ di dolcezza. In bocca il calore è abbastanza diffuso e l’acidità, ancora ben presente, s’intreccia a una più soffusa sapidità. I tannini sono teneri al punto che nell’insieme disegnano una trama vellutata. È un vino per nulla intimorito dal tempo trascorso e di quello a venire.

Nel 1978 a Selvapiana arriva l’enologo Franco Bernabei. La tecnologia comincia a fare il suo ingresso in cantina e le fermentazioni sono più controllate nella temperatura. Le varietà a bacca bianca vengono abbandonate per sempre così che il Chianti Rufina Selvapiana è espressione del solo sangiovese. Il colore è granato con lampi aranciati. Il naso è fresco di cassis, qualche accenno al calcare e cioccolato fluido. Il respiro è più ampio e verticale rispetto al vino precedente. In bocca sa essere ancora aggressivo con quei sali per nulla mascherati dall’acidità ancora intatta.

1980 ha colore granato maturo, trasparente. Il naso di erbe aromatiche, bastoncino di liquirizia. S’apre e si richiude con disinvoltura concedendosi quando a lui garba. La nota verde che spesso vira alla graffite esprime la natura minerale del sangiovese di questi luoghi. In bocca è saporitissimo e teso. Ha acidità pressante, questo vino non ha fatto la malolattica, tanto da coprire un po’ i tannini divenuti meno incisivi, anzi “se si chiudono gli occhi pare quasi di bere un bianco, perché l’architettura del vino tipo della Rufina fa quasi a meno dei tannini, che hanno un ruolo più legato al naso che alla bocca”.

1993 Federico e Silvia Giuntini Masseti iniziano a collaborare in azienda. Il colore di questo vino è granato abbastanza intenso. Naso floreale ma in modo discreto, erbe e menta accennata. In bocca è più spesso rispetto ai tre vini precedenti e anche i tannini sono più pressanti. S’avverte quella sensazione polverosa del tannino del legno, allora era già stata introdotta la barrique per l’invecchiamento, ma il vino riesce a rilanciare sensazioni saporifere e gusto –olfattive che gli danno agilità e piacevolezza.

2009 Chianti Rufina Bucerchiale. Colore rubino vivo. Naso di fragola e viola, ma anche carne lievemente affumicata. È succulento in bocca nonostante i tannini mostrino qualche spigolo per via della giovinezza. L’alcolicità è  più marcata, nelle ultime annate si arriva tranquillamente ai 14°-14,5°. La barrique per l’invecchiamento è qui prevalente rispetto alle botti da 45 ettolitri. C’è materia anche se lo sviluppo, per il momento, è meno suggestivo rispetto agli altri vini degustati.

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