VINI DELL'ANIMA

Esperienza consapevole di vino e cibo.

mercoledì

6

maggio 2015

Il Picolìt del Terremoto

Scritto da , nella categoria Notizie e approfondimenti di Vinidellanima, Poeti e poesie

"Il Picolìt del Terremoto"

Signore

mi dolgono stasera i miei paesi…

Dove sei Gemona,

fanciulla ridente, occhi di seta,

neri capelli inghirlandati d’acacia,

sospiro di primavera?…

Stasera, Signore, mi duole Gemona,

mi dolgono, stasera, i miei paesi…

 

Il Picolìt del Terremoto è una breve preghiera che lo scrittore e poeta friulano Amedeo Giacomini scrisse una sera di maggio dopo aver visitato il Friuli sconvolto dal terremoto del 6 maggio 1976. Non avrebbe voluto recarsi in quei paesi, sapeva che ne sarebbe rimasto profondamente turbato, sconvolto, ma i telefoni non funzionavano, le uniche notizie arrivavano via radio e di ora in ora si facevano più drammatiche e bisognava accertarsi che amici, studenti e compagni stessero bene, forse c’era qualcuno “da riabbracciare, da consolare…”

Paesi interi come Gemona Venzone Colloredo e altri non esistevano più, pochi secondi erano bastati per cancellare cose e gente. Giacomini, allora, scrisse un verso che riassume il sentimento che animava i friulani in quelle ore, in quei giorni postumi all’immane tragedia

“…ho nostalgia ancora dei miei paesi come un emigrato lontano: mi duole l’aria intorno: non ho voglia di piangere, ma di gridare…Contro chi? Contro il Dio cattivo, come l’amico padre Turoldo?… Non ne ho il coraggio: per noi friulani la bestemmia è un vizio d’amore, e l’amore fa piangere, mentre ora bisogna avere gli occhi asciutti, essere fermi, duri, pensare con sempre maggior determinaizone a costruire

Questo è ciò che contraddistingue il friulano, non si ferma, non lo pieghi al dolore alla fatica, il primo pensiero anche in quella desolazione, anche nel dolore è stato la ricostruzione. Scrive Giacomini “…ti faceva pensare a una forza e ad una ricchezza interiori davvero inimitabili, ti rendeva quasi vergognoso per il dolore che, a te fortunato, stravolgeva il volto”, e ancora, quante volte mi sono sentito dire: “Su, fantat, ch’al vegni cha a bêvi un taj; al à une mûse lì…” (Su, ragazzo, venga qua a bere un bicchiere di vino; ha una faccia…) come se fosse lui, e non loro disgraziati, ad aver bisogno di conforto.

Questo viaggio di desolazione si concluse a Valeriano perché lì Giacomini voleva avere notizie dell’amico enologo e produttore Bulfon e della sua famiglia. Questi avevano avuto la casa distrutta, ma erano vivi. Emilio e la moglie erano già al lavoro, c’era una famiglia e una azienda da mandare avanti. Giacomini e Emilio Bulfon si salutarono e poi quest’ultimo s’abbandonò all’inevitabile racconto , uno degli innumerevoli ascoltati quel giorno. La fuga da una casa che si stava sgretolando, le urla di adulti e bambini, la paura, quel senso di impotenza che sfocia nel panico, nell’orrore di quel minuto lunghissimo che pareva non dovesse più terminare. Passato l’incubo ancora sconvolti, attoniti c’era già la voglia di fare, di salvare il salvabile, di ricominciare!

“Un lungo respiro e poi Emilio disse: “Che vuoi farci – gli occhi rivolti alla terra rigogliosa che gli si apriva davanti, – bisogna continuare…La vigna, quest’anno, promette bene, basterebbe un po’ di pioggia…” Poi col mento chino sul petto si è messo a parlare dei vini, dei suoi vini, dell’Ucelùt, del Forgiarìn, del Piculìt nero che stava cercando di salvare. Parlarne era in quel momento il suo modo d’evadere dalla realtà e allo stesso tempo serviva per recuperare quella forza che solo il lavoro dà, il proprio lavoro!

Dal disastro della cantina sono riuscito a salvare alcune bottiglie – disse Bulfon. Forse sono di Picolìt, vogliamo assaggiare?” Se ne ritornò con in mano una reliquia, una bottiglia che stringeva nel pugno. Dal vetro s’intravedeva un colore violaceo. Emilio annusò il tappo quindi il vino. “Sì, è Piculìt”! Brindarono. Era il 7 maggio, e quel vino meraviglioso “aveva il profumo e il sapore della speranza

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